Taigo, cavallo evaso

articolo di giornale su TaigoTaigo, un cavallo di tre anni, è evaso dal recinto a Travo (Valtrebbia). Dopo una breve fuga, è entrato in una villa, dove è caduto in una piscina.

Purtroppo, è stato ricatturato (“salvato”, dicono…) dai vigili del fuoco, e riconsegnato all’allevatore.

(Fonte: “Libertà – il quotidiano di Piacenza”, 26/01/2025)

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Pawdcast – Storie di ribellione contro il controllo umano

copertina della puntata di pawdcast dedicata alla resistenza animaleLa puntata del 22 gennaio 2025 di Pawdcast, Radio Pertini, è stata dedicata interamente al tema della resistenza animale.

Il programma, condotto da Bianca Nogara Notarianni, ha visto come ospite Marco Reggio, per discutere di diversi episodi di ribellione dei non umani e delle loro implicazioni filosofiche e politiche.

La puntata è interamente ascoltabile sul canale youtube della radio.

 

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Quando le specie si alleano

 

Copertina di "La vendetta delle orche"

Riportiamo un episodio di resistenza al bracconaggio che vede la cooperazione di ben tre specie non umane (ippopotami, leoni e rinoceronti), raccontato da Roberto Inchingolo nel suo La vendetta delle orche e altre storie di resistenza animale (Codice edizioni, 2024)

Bracconiere viene mangiato dai leoni dopo essere stato cacciato via da un branco di ippopotami, titolava un articolo sul web. Sarebbe accaduto nel 2010 nel Parco nazionale Kruger, la più grande riserva naturale del Sudafrica. Altri due bracconieri riusciti a fuggire avrebbero raccontato questo dopo essersi costituiti alle autorità: stavano piazzando delle trappole a laccio nella riserva quando vennero colti di sorpresa da un gruppo di ippopotami.

Chi conosce anche solo di sfuggita questi animali sa che con gli ippopotami c’è poco da scherzare: sono molto territoriali, e 1.500 chili di ippopotamo in carica sono spesso letali. Ma durante la fuga uno dei bracconieri venne spinto verso un branco di leoni che si trovava poco distante. I ranger che esaminarono la zona rinvennero resti parziali di un teschio umano e brandelli di vestiti. Non rimaneva che concludere che i leoni del parco si fossero fatti giustizia da soli.
A questa storia quasi non volevo credere: due animali da sempre in conflitto che si trovano a collaborare, per caso o necessità, contro un nemico comune. Ippopotamo e leone, Hippopotamus amphibius e Panthera leo, che mettono da parte le divergenze per coalizzarsi contro la più impellente minaccia umana. Come quella scena di un famoso cartone, dove Bugs Bunny e Daffy Duck mettono su cartelli con scritto «Rabbit Season» e «Duck Season» per invogliare Taddeo a sparare a uno di loro, per poi accorgersi a un certo punto che sarebbe stato meglio affiggerne uno che dicesse «Human Season». Ma questa vicenda è accaduta 13 anni fa, in rete si trova solo un paio di menzioni sommarie e la fonte cui fanno riferimento, un articolo su “The Sun”, è ormai offline. Forse la ricostruzione
giornalistica dei fatti era di fantasia. Forse la morte del bracconiere c’entrava poco con l’inseguimento degli ippopotami. Dovevo saperne di più, o semplicemente avere una
conferma che fosse successo davvero. Così contattai per email l’unica persona citata per nome nell’articolo, la portavoce del parco Laura Mukwevho.

Dodici giorni dopo arrivò nella mia casella di posta una replica di Mukwevho, con allegato il comunicato stampa originale rilasciato dal Parco Kruger, datato 23 marzo 2010. Ed era
tutto vero: secondo quanto dichiarato dal distretto di polizia di Mkhulhu, i bracconieri avrebbero confessato di essersi addentrati nel parco la notte del 12 marzo tramite l’accesso più vicino al centro urbano, meno battuto rispetto ad altri varchi di solito usati dai tour guidati, e di aver piazzato trappole in giro con l’intenzione di catturare rinoceronti. Coi suoi 19.000 chilometri quadrati di habitat protetto, il Kruger è una delle roccaforti della sopravvivenza del rinoceronte bianco, Ceratotherium simum, e il bracconaggio è spietato in quella zona.

Nonostante gli sforzi costanti e un lieve miglioramento della situazione negli ultimi anni, dal 2013 il Kruger ha perso il 59 per cento dei suoi rinoceronti; a oggi ne rimangono poco
più di 200 nell’intero parco. L’ondata di bracconaggio in Africa ha avuto il suo picco proprio in quella zona e proprio tra il 2007 e il 2014. Ma i bracconieri della nostra storia non hanno catturato nulla: tornati sul posto la notte seguente, hanno trovato tutte le trappole vuote. E si sono accorti troppo tardi di aver disturbato un gruppo di ippopotami, che nei confronti degli esseri umani, bracconieri o meno, hanno pochissima pazienza
(come vedremo nel capitolo successivo, nella classifica degli animali responsabili di più decessi troviamo proprio l’ippopotamo). I bracconieri scapparono in direzioni diverse, ma
solo due fecero ritorno a casa quella notte. Informarono così i famigliari del disperso, i quali il 17 marzo misero al corrente le autorità. I ranger del parco impiegarono due giorni a setacciare tutta l’area prima di trovare i resti. Né gli ippopotami né i rinoceronti mangiano gli esseri umani, e siccome nella zona il parco ospita anche famiglie di leoni, è facile arrivare a una sola conclusione. Il comunicato si concludeva con le condoglianze alla famiglia del bracconiere defunto e un monito a prendere le giuste precauzioni prima di addentrarsi in un parco che ospita specie così pericolose.

Ci troviamo quindi di fronte a un caso di cooperazione fortuita non tra due specie animali, bensì tre, la cui sopravvivenza è messa a repentaglio dal bracconaggio. In un altro caso più
recente sarebbero addirittura quattro, perché si sono messi in mezzo anche gli elefanti. È accaduto sempre al Parco Kruger, e con una dinamica molto simile: un gruppo di cinque bracconieri entrò di soppiatto per intrappolare dei rinoceronti, ma venne scoperto da una famiglia di elefanti africani, Loxodonta africana. Quattro riuscirono a mettersi in salvo, ma uno venne invece travolto dagli elefanti in carica, e il suo cadavere rimase in balia dei leoni. Anche in questo caso i ranger hanno trovato un paio di pantaloni e un teschio umano (evidentemente i leoni del Kruger sono un po’ schizzinosi). I resti del bracconiere
furono poi rinvenuti nei pressi del Ponte dei Coccodrilli, e chissà che non c’entrino anche loro. Questa storia risale all’aprile 2019 ed è più facile da verificare: il comunicato originale, con annesse condoglianze alla famiglia del defunto e preghiera da parte dell’amministrazione del parco a non entrare illegalmente, si può ancora reperire in rete.

 

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Zanne – Antologia di animali ribelli

"Zanne", copertina. Su sfondo nero, la scritta "zanne", dentro le cinque lettere immagini di animali ribelli.E’ uscito Zanne. Antologia di animali ribelli, raccolta di racconti sulla resistenza animale curata da Francesco Cortonesi e Susanna Panini per le edizioni di Cronache Ribelli.

Con scritti di: Danilo Arona, Sandro Battisti, Andrea Berneschi, Amelia Belloni Sonzogni, Michele Borgogni, Egon Botteghi, Antonio Capone, Sarat Colling, Francesco Cortonesi, Maia Artemisia Gozzini, Andrea Gravina, Martina Miccichè, Susanna Panini, Marco Reggio, Anna Rusconi, Marco Steiner, Alda Teodorani, Troglodita Tribe.

Zanne è un’antologia di animali ribelli. Il libro si divide in due parti: nella prima, più corposa, si avvicendano quei racconti caratterizzati da spiccata tensione letteraria e scenari di fantasia. Nella seconda, invece, sono state inserite storie reali o direttamente legate a esperienze di coloro che hanno scritto i testi.

Ma che si tratti di narrazioni dal sapore dark, apocalittico, fantascientifico o di vicende attuali, dolorose e profondamente impellenti, un filo rosso unisce l’intero volume. In tutte le storie, infatti, il punto di vista smette di essere quello tradizionale, abitudinario e antropocentrico, per adottare la prospettiva degli altri animali.

Attraverso racconti profondamente empatici e immersivi il libro dà voce agli altri animali, evidenziando non solo le ingiustizie e sofferenze che essi vivono, ma anche mostrando al lettore come rabbia e desiderio di giustizia vivono concretamente nelle azioni di rivolta di tutti gli individui oppressi, oltre ogni confine di specie.

Hanno contribuito a questa antologia: Danilo Arona, Sandro Battisti, Andrea Berneschi, Amelia Belloni Sonzogni, Michele Borgogni, Egon Botteghi, Antonio Capone, Sarat Colling, Francesco Cortonesi, Maia Artemisia Gozzini, Andrea Gravina, Martina Miccichè, Susanna Panini, Marco Reggio, Anna Rusconi, Marco Steiner, Alda Teodorani, Troglodita Tribe.

Queste autrici e autori hanno deciso di donare i loro diritti su Zanne all’Assemblea Antispecista, e in particolare alla campagna Stop-Casteller, dedicata alla difesa degli orsi trentini.

Pagine: 242

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I cavalli dell’esercito inglese

Londra. Alcuni cavalli dell’esercito inglese si sono ribellati, fuggendo durante un’esercitazione, poi ricatturati (ANSA).

Qui un video della fuga.

 

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Diesel sta bene in libertà

Da greenme.it:

Ritrovato asino fuggito dal suo ranch da anni, è stato accolto da un branco di wapiti
Sono passati quasi 5 anni dalla prima segnalazione di Diesel, l’asino che ha scelto di vivere da selvatico libero. Un nuovo video di quest’anno lo riprende assieme alla sua nuova “famiglia”. Ora vive con un esemplari di wapiti

C’è un asino che, molto più dei suoi simili, ha fatto parlare di sé in tutta la California. Dopo essere scomparso dalla sua casa, è stato riavvistato a ormai 5 anni di distanza da quel giorno. L’ultima segnalazione è recente e l’asino è sempre in compagnia dei suoi nuovi amici selvatici.

Lui si chiama Diesel e la sua storia inizia con la cattura operata dell’agenzia federale Bureau of Land Management e l’adozione da parte di una coppia che gestisce un ranch in California.

Qui Diesel ha vissuto fino all’anno 2019. Durante un’escursione in famiglia, un rumore ha spaventato terribilmente l’asino. Diesel è fuggito, facendo perdere le sue tracce. La coppia l’ha cercato ovunque, augurandosi che se la cavasse lì fuori.

Una prima segnalazione è arrivata dopo 4 anni e adesso, trascorsi ormai 5 dalla sua fuga, Diesel è stato avvistato nuovamente e, come la priva volta, non era da solo. Un cacciatore ha registrato un video nel nord della California, riprendendo un branco di wapiti.

Tra di loro vi era un asinello. Il filmato è rimbalzato sui social ed è arrivato naturalmente anche ai suoi vecchi proprietari.

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L’equitazione nera e un cavallo in fuga

In molti casi, l’oppressione degli animali non è riconosciuta minimamente, anzi è invisibilizzata con estrema facilità. Talvolta, sono i tentativi che gli animali mettono in atto per sottrarvisi a portarla alla luce.

Qualche giorno fa, un cavallo è fuggito da una scuderia di Philadelphia (U.S.A.), ed è finito sui telegiornali perché ha imboccato una grande autostrada, la Interstate 95 o Freeway, seminando il panico. La sua fuga è però finita con la ricattura e la riconsegna alle scuderie del Fletcher Street Urban Riding Club.

Gli articoli che riportano l’avvenimento, come quello di CBS News, sottolineano come questa scuderia sia un importante simbolo di integrazione razziale, cui è stato dedicato persino un film netflix nel 2020. Intorno all’”equitazione nera” si sarebbe costruita una storia di orgoglio della comunità afrodiscendente, di equitazione urbana e mantenimento di una tradizione a rischio sotto la spinta della modernità. Ma anche un intreccio fra cavalli ed esseri umani. La nota stonata, come ha mostrato questo cavallo (che prima delle fuga, significativamente, non aveva neppure un nome proprio), è costituita dal fatto che questo “intreccio”, questa storia di emancipazione, gli animali non l’hanno scelta, anzi l’hanno subita, e quando possono cercano di evadere.

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Volantino chiamata antispe – dal corteo del 7 ottobre

Riceviamo e diffondiamo:

La violenza vissuta a Sairano lo scorso 20 settembre non è stata gratuita o casuale, ma ha soddisfatto precise esigenze politiche ed economiche.
Con oltre 2.700 allevamenti e 4,1 milioni di maiali, la Lombardia da sola rappresenta la metà della “filiera suinicola italiana”, come viene comunemente chiamata. Per questo motivo, la presenza di Peste Suina Africana (PSA) all’interno del rifugio Cuori Liberi rappresentava una minaccia per il profitto derivante dall’intero settore zootecnico. Non dimentichiamo, inoltre, che gli allevamenti nel raggio di 10km dal primo focolaio nato nella zona di Sairano, in cui sono stati uccisi 34.000 maiali con l’obiettivo di fermare la diffusione del virus, hanno ottenuto un rimborso statale che raggiunge il 100% del danno stimato, secondo i dati ministeriali.
Parliamo di una filiera made in italy da oltre 10 miliardi di euro, 40mila posti di lavoro e 2 miliardi di export.
Il 4 ottobre si è data notizia – col plauso di Ettore Prandini e Coldiretti – che il ministero dell’agricoltura ha ulteriormente stanziato 19.644.443,25 milioni di euro per sostenere la “filiera suinicola” danneggiata dalle misure di contenimento previste dallo Stato per la prevenzione e
gestione della PSA.

La presenza costante della Digos (che svolge principalmente la funzione di repressione politica)
al presidio di Sairano dovrebbe farci riflettere: l’assedio a Cuori Liberi non è stato frutto di una manovra a scopo sanitario, ma è stato un chiaro intervento politico.
Non solo la priorità è stata, come evidenziato, quella di preservare il sistema economico (da sempre priorità di ogni governo), ma è stata anche performata l’ennesima dimostrazione di forza, questa volta nei confronti di chi è stat* considerat* nemic* dell’industria zootecnica.

La PSA diventa inoltre un chiaro strumento che amplifica e sorregge la lotta ai selvatici, lotta mossa dalla volontà dell’umano di esercitare il dominio su spazi non ancora urbanizzati.
La PSA diviene dunque solo una sporca scusa che viene smontata dai dati, reperibili nel Bollettino Epidemiologico Nazionale 2023.
Infatti in provincia di Pavia sono state esaminate 1.730 carcasse di cinghiali; ma, tra queste, 1.727 sono negative alla PSA.
I cinghiali positivi alla Peste Suina sono solo i tre trovati tra metà giugno e il 20 agosto: dunque quali sono le evidenze che supportano la tesi della diffusione dell’epidemia nelle popolazioni selvatiche della Lombardia?

La guerra ai selvatici è rafforzata e portata avanti da alleanze tra ambiente venatorio e ambiente agricolo, come accade tra CNCN (Comitato Nazionale Caccia e Natura) e Coldiretti, che, mossi dal profitto, hanno dato vita all’iniziativa Agrivenatoria Biodiversitalia (AB), che vorrebbe applicare un ulteriore controllo agli ambienti selvatici, affibbiare un’aura di salvatore al ruolo di
cacciatore, stringere rapporti più solidi con i produttori di armi e, ovviamente, difendere e promulgare il mercato dei prodotti “made in italy” provenienti dallo sfruttamento animale.
L’intero ambiente venatorio ed industriale, Regione Lombardia e ATS -con la complicità delle forze dell’ordine e delle forze armate- sono stati i progettisti, i  promulgatori e gli esecutori dell’uccisione dei 9 maiali che vivevano in uno spazio che veniva erroneamente da noi
considerato liberato e intoccabile.

Ci teniamo a ricordare che adesso ciò che è di grande importanza è l’esigenza di praticare solidarietà e aiuto nei confronti dei rifugi antispecisti, che ora più di prima dovranno affrontare tempi difficoltosi. Possiamo donare, partecipare ad eventi benefit, aiutare fisicamente (se
possibile) e molto altro.
La questione di Sairano ci ha colpit3 tutt3  profondamente: forti sono i sentimenti di rabbia e di
impotenza, e tanta è la necessità di stare unit3 e supportarci a vicenda (animali umani e non
umani).
Tuttavia abbiamo l’urgenza di trasformare questi sentimenti in un percorso di costruzione collettiva, che sia in grado di incrociare altri percorsi politici di lotta, condividendo e scoprendo nuove pratiche e riconoscendo le cause della repressione che abbiamo ricevuto e che
continueremo a ricevere.
Forse è iniziato il momento di alzare l’asticella, di comunicare all’esterno davvero ciò che vogliamo, senza edulcorare i contenuti politici della lotta antispecista; organizzarsi e recuperare da altri movimenti passati come la campagna SHAC, Chiudere Morini e Coordinamento Fermare Green Hill, solo per citarne alcune, con le dovute differenze tra luoghi geografici, tempi e situazioni socio-politiche diverse.

Per organizzarsi e creare una rete forte è indispensabile trovare nuovi spazi e tempi di costruzione collettiva, che non siano quelli dettati dall’emergenzialità.
Potrebbe essere utile iniziare uno scambio di contatti (mailing-list) per poter poi organizzare momenti assembleari dal vivo, con l’obiettivo di costruire assieme un percorso che possa contribuire a darci una più chiara direzione verso la Liberazione di cui spesso parliamo, e
accogliendo una continuità di momenti di incontro, di ascolto, di dibattito e di organizzazione.
Se vuoi essere aggiunt* alla mailing-list per contribuire alla costruzione di un percorso comune, puoi scrivere a questa email: arbusti@autistici.org

Restiamo unit* e continuiamo affinché ciò che è successo a Sairano possa non ripetersi.

Il nostro pensiero va ancora una volta a Freedom, Mercoledì, Bartolomeo, Dorothy, Carolina, Ursula, Crosta, Crusca, Spino, Pumba e a tutti gli altri animali non umani schiavizzati e uccisi in ogni luogo, in ogni istante.

Alcun* compagn* antispecist*

 

Volatino in PDF disponibile su pipistrelle.noblogs.org

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The Pigs at Cuori Liberi (Free Hearts): Responding to Political Trauma

The Pigs at Cuori Liberi (Free Hearts): Responding to Political Trauma

Original text here. Spanish version here.

la polizia al rifugio cuori liberiIt is very hard to write in the immediate aftermath of what happened in Sairano, in the province of Pavia, on September 20th. A public order to cull all pigs had been looming for two weeks over Progetto Cuori Liberi, a sanctuary for animals rescued from exploitation; activists from all over Central and Northern Italy were defending the area day and night. The previous Friday, we had already thwarted a first attempt to carry out the judgement, by chaining our bodies to the sanctuary’s gate, but the second time riot police arrived in force, determined to clear the area and allow state veterinaries to enforce the order.

To process this trauma, at least in part, I can only try to reconstruct the events and to articulate some thoughts, with the clarity that these difficult circumstances will allow. Why this euthanasia order, first of all? The background is that the African Swine Fever (ASF) has come to factory farms in Zinasco, as people feared for some time. In this area, the concentration of pigs is especially impressive: from 200,000 to 300,000 in a fraction of the Pavia province, more than 4 million in the region of Lombardy (half of the pigs farmed in Italy). ASF isn’t transmitted to humans but is extremely contagious and lethal for suidae (pigs and wild boars). Italy along with the EU took action to contrast this disease, declaring a real war against wild animals, unleashing hunting associations to decimate wild boars in the forests, even issuing decrees to employ the military alongside hunters. All of this is, evidently, in the interest of factory farming, a strategic sector founded on the unspeakable, constant violence inflicted on its prisoners, and with an environmental impact undeniable at this point. The same vulnerability of animal farming, to be true, is responsible for the spread of ASF in the Pavia area, where fields are continuously sprayed with waste from the pig industry, and animal bodies are always on the move, slaughtered or bound to a slaughterhouse.

The solution proposed by the authorities is to contain the outbreaks that emerged since the beginning of August by culling all the pigs in the farms where cases have been detected. So far, more than 30,000 killings have taken place, and the methods used have been exposed thanks to an investigation by the Essere Animali association: pigs crammed into containers and used as gas chambers, with a series of disturbing violations of biosecurity regulations meant to contain the outbreaks. In this context, where all emergency protocols are activated to defend a deadly and environmentally harmful sector amid the climate crisis, ASF unfortunately reaches the only place in the area where pigs live without being crowded and, most importantly, are not there to be exploited. The “Cuori Liberi” sanctuary, like many others in the Network of Sanctuaries for Free Animals and others (such as Ippoasi, Alma Libre, Grugno Clandestino), houses animals of various species rescued from the meat, dairy, and egg industries. The pigs living in the facility are not farmed; they receive care. When they get sick, they are treated, and in extreme cases, they are compassionately guided through their end of life, surrounded by the affection and attention of their loved ones.

The world of animal sanctuaries or refuges in Italy had recently celebrated a conspicuous victory, their legal recognition. With this fundamental step, the law acknowledges the difference between them and farms with their production logic: now animals in sanctuaries are not formally “DPA”, that is destined for food production, but are somehow equated with pets. And, if we see the relation between humans running Cuori Liberi and the non-human residents, the situation is not too different from the relation that many humans have with “their” cats and dogs (or, it might be better to say: It is similar to those relations between humans and pets that manage to be more genuine and egalitarian).

But this recognition, in the midst of a health crisis, seems to become secondary. The public administration in Lombardy orders the culling of all those sheltered in that sanctuary, both sick and healthy individuals. We mobilize immediately, guarding the surroundings day and night. Any attempts to negotiate or to find a legal solution seem to fail. After a week they show up to cull the pigs, but find people chained to the gates and dozens of activists who are gathering outside in solidarity. A few hours pass and they leave. They come back in force on September 20th, and they don’t hesitate to clear the blockade with clubs and knuckledusters. Several people are arrested, some are wounded, and worse than that what we feared happens. The gate, also blocked by some tractors, is opened and the state veterinarians can come in to kill the 9 pigs who survived the plague, mostly still healthy and without symptoms. They were killed basically in front of our eyes while the state showed off all its power in crushing the exploding rage. Even worse, they are killed in front of their human family members. Some police officers chuckle while we weep. A veterinarian laughs. They load the lifeless body on the truck in front of the crowd. In the meantime, the usual repertoire of sexist slurs to women, of ableist insults to those who resist them. A cruel lucidity in clearing the sanctuary out, where laughter hurts more than their batons. Even though I experienced more heinous situations of police brutality, none of them was as cruel as seeing people carried away who had only their body left to protect pigs sentenced to death.

People sing “Bella ciao”, maybe with a bitter desire for continuity with the stories of human resistance recognized and celebrated by a leftist movement that is still too anthropocentric: a continuity that we would like existed but that sadly doesn’t exist, if not in our hearts, because here there are only antispeciesist activists, as always. A handful of people, all a little crazy. It is a moment of mourning, but also of anger. After “Bella ciao,” it is the time for “Tout le monde déteste la police”: here the continuity is perhaps more real, they make it very apparent, pushing us back with their shield, arresting random people, preventing the ambulance from going ahead to aid a comrade, identifying and intimidating activists at the emergency room. They leave after violating in every possible way the biosecurity measures that they were there to enforce, while we are doing our best not to spread the disease. We weep and hug each other.

It’s a shock. It was a shock from the beginning because that euthanasia order was already dangerous as a legal precedent. It is even worse now that it has been carried out. They can come into a sanctuary and kill its inhabitants. Only the struggle, only our bodies can avoid it, and this time they weren’t enough. When will it happen again? I would like to understand this trauma that paralyzed us. Not only the massacre in front of our eyes. A comrade says that our movement is “naturally” more radical, because “when we lose they kill somebody”. It is true, and this is why we were ready to do everything. But I am beginning to think that there is more.

This shock is rooted in our liberal delusions, a slap in the face of our beliefs about basic rights in a democracy. In theory, we know well things are not as they tell us: the liberal state doesn’t truly guarantee, always and in any case, formal liberties like not having police forces breaking into your home. We know that democracy, when necessary, can rapidly turn into fascism. But deep down, we have interiorized that, if you have at least the privilege of being white and a citizen, there are some limits. To see them overcome in a few days is a great shock. In some ways, a shock comparable to the beginning of the pandemic when – beside our opinion on the measures taken by the government – we immediately found the army on our streets, and the “sacred” freedom of movement (“sacred” only for full citizens, as I said) was set aside. The true face of the state becomes visible in certain circumstances, and as antispeciesists we should know that well.

But now it is declared: this is what they are willing to do to protect an unsustainable economic sector. They can enter private homes and kill those who live there. The refuge, in fact, is more like a private home than a public place. The refuge is a multi-species family. And the comparison with pets (“sooner or later, they will come to kill the dogs in our homes”), which we used as a rhetorical device until now, is no longer so imaginary. Another element of this political trauma: there are no safe places. This is what we had always thought about refuges/sanctuaries: safe places, oases of peace for refugees who bear the wounds of a past of slavery on their bodies. What will be the next safe place that turns out to be violable? How will we respond?

I keep wondering how we have responded. If we have done enough, what the balance of power is, what this emergency mobilization means. In fact, for a long time, the antispeciesist movement has primarily produced responses to emergencies. In doing so, it politicizes them and exposes the contradictions of an anthropocentric, neocolonial, extractivist production system. But it remains within an emergency. It responds to it with a determination and desperation that the enemy cannot fully comprehend, which is a good thing. And it does so by shuffling the cards, in some respects. I will mention two elements that have struck me in this regard. The first is the political prominence of refuges/sanctuaries. Years ago, the animal movement looked at sanctuaries/refuges exclusively as places for the care of individuals rescued by more meaningful parts of the movement (associations, campaigns against vivisection or fur, the Animal Liberation Front). Nobody expected the sanctuaries to take position, to be a source of reflection, of intersectionality. All these elements are now at the core of many sanctuaries. We could even say that today animal sanctuaries are the driving force, the beating heart of antispeciesism. The second is the gender aspect of the mobilization. For two weeks, the resistance against the animal health bureau and its henchmen was primarily fueled by and led by women comrades. Perhaps this may have bewildered some cisgender heterosexual boys, but it’s safe to say it was about time, in an environment where the female component has always been in the majority, but leadership has been predominantly male. The immediate response to the shock also overwhelmed antispeciesist theory, overtaken by events in the blink of an eye. And so, people who believed they were divided by theoretical differences found themselves united and close in desperate sisterhood. Thanks to those who were there, each in their own way. Everyone went as far as they could, as it should be, but some absences were bitter.

Locandina del corteo del 7 ottobre 2023 a Milano per i rifugiCertainly, however, mourning needs to be processed, and to process it, there is a need to fight, not only to respond to the attacks but also to launch counterattacks. And there is a need for accomplices, especially in those sectors of the environmental movement that have recognized the importance of this battle. Once again, as with COVID, speciesist capitalism generates diseases, nurtures them in the overcrowded bodies of animals where profit reigns, and then fails to manage or contain them. Instead, it shifts blame and burdens onto those who have no say: vulnerable groups, the poor, workers, boars, pigs. In the area where 30,000 animals were culled, pigs are ten times as many. In the Po Valley, in certain extensive areas of Lombardy and Emilia Romagna, the animal population in farms exceeds the human population. And the fields around the Cuori Liberi refuge, which I have come to know in recent days, are literally a hell. The waste, the smells, the lands devastated by chemicals, surrounded by concentration camps for pigs, constantly assault our senses with a stench of death that we have learned to deny in the face of the slices of salami at the local supermarket.

This grief will follow us, from now on, in every struggle that will come.

Pumba, Dorothy, Ursula, Bartolomeo, Carolina, Mercoledì, Crusca, Spino, Crosta: sorry that we did not make it.

By Puppy Riot

* A national march will be held in Milan on October 7th. You can follow Rete dei Santuari di Animali Liberi on social media for updates on the next demonstrations related to this issue.

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Los cerdos de Cuori Liberi: reaccionar al trauma político

la polizia al rifugio cuori liberiLos cerdos de Cuori Liberi: reaccionar al trauma político

(testo originale italiano qui)

Es Los cerdos de Cuori Liberi: reaccionar al trauma políticomuy difícil escribir, prácticamente en caliente, después de lo ocurrido el 20 de septiembre en Sairano, en la provincia de Pavía. Desde hacía quince días pendía sobre el proyecto Cuori Liberi (Corazones Libres), santuario de animales rescatados de la explotación, una orden para sacrificar a los cerdos que allí se encontraban; activistas de todo el centro y norte de Italia vigilaban la zona día y noche. Ya habíamos rechazado un intento de hacer cumplir la orden, el viernes anterior, encadenándonos a las puertas del refugio, pero esta vez los antidisturbios llegaron en masa, decididos a desalojar el lugar para permitir que los veterinarios de ATS (Agenzia di Tutela della Salute) ejecutaran la orden.

Para procesar, al menos parcialmente, este trauma, solo puedo hacer un esfuerzo por reconstruir el suceso y tratar de articular algunas consideraciones, con la lucidez que permiten las difíciles circunstancias. En primer lugar, ¿por qué esta orden? El antecedente es que la peste porcina africana (PPA) ha llegado, como se temía desde hace tiempo, a la ganadería intensiva, concretamente a la zona del Zinasco, donde la concentración de cerdos es impresionante: 200-300 mil en una parte de la provincia de Pavía, más de 4 millones en Lombardía (la mitad de los cerdos criados en Italia).

La PPA es una enfermedad no transmisible al ser humano, pero muy contagiosa y letal para los suidos (cerdos y jabalíes). La Unión Europea e Italia se han movilizado para combatirla con una auténtica declaración de guerra a los animales salvajes, desatando asociaciones de caza para diezmar a los jabalíes en los bosques, y llegando incluso a firmar decretos que piden el uso del ejército junto a los cazadores. Todo ello, evidentemente, para salvaguardar la ganadería intensiva, es decir, un sector estratégico que se basa en una violencia atroz y constante contra sus presos y en un impacto medioambiental que ya es innegable. De hecho, es la propia ganadería la responsable de la propagación de la PPA en la zona de Pavía, un área en la que los campos están continuamente esparcidos de aguas residuales procedentes de la industria porcina y en la que el movimiento de animales sacrificados o destinados al matadero es un hecho cotidiano.

La solución de las instituciones es contener los brotes surgidos desde principios de agosto sacrificando a todos los cerdos de las granjas donde se han detectado casos. Hasta el momento se han sacrificado más de 30.000, utilizando métodos que se han hecho públicos gracias a una investigación de la asociación Essere Animali: contenedores llenos de cerdos utilizados como cámaras de gas, con una serie de preocupantes violaciones de las normas de bioseguridad que se supone que deben contener los brotes. En este contexto, en el que se activan todos los protocolos de emergencia para defender una industria mortífera y deletérea para el cambio climático, la PPA llega, por desgracia, al único lugar de la zona donde los cerdos viven sin estar amontonados y, sobre todo, no están allí para ser explotados.

El refugio Cuori Liberi (Corazones Libres), de hecho, como tantos de la  Rete dei Santuari di Animali Liberi y otros (como Ippoasi y Alma Libre), hospeda a animales de diversas especies rescatados del circuito de la industria cárnica, láctea y de huevos. Los cerdos que viven en las instalaciones no se crían: se cuidan. Cuando enferman, se les cuida y, en casos extremos, se les acompaña hasta la muerte rodeados del afecto y la atención de sus seres queridos.

La realidad de los refugios/santuarios italianos ha celebrado recientemente una victoria nada desdeñable, el reconocimiento legal. Con este paso fundamental, se reconoce la diferencia con las granjas de cría y su lógica de producción: en los refugios, los animales ya no son formalmente “DPA” (animales de producción destinados a consumo humano), sino que se equiparan de algún modo a los animales de compañía. Y, observando la relación entre los humanos que dirigen Cuori Liberi y los no humanos que viven allí, la situación no parece en realidad muy diferente de la relación que muchos humanos tienen con “sus” perros y gatos (o mejor dicho: de aquellas relaciones entre humanos y mascotas que consiguen ser más genuinas e igualitarias).

Pero este reconocimiento, en plena emergencia sanitaria, parece pasar a un segundo plano. La Región de Lombardía ordena el sacrificio de todos los huéspedes del refugio, tanto enfermos como sanos. Nos movilizamos inmediatamente, vigilando día y noche. Todos los intentos de negociación o de resolución legal parecen fracasar. Al cabo de una semana, se presentan para sacrificar a los cerdos, pero se encuentran con gente encadenada a las puertas y decenas de activistas que se apresuran a mostrar su solidaridad fuera. Pasan unas horas y se marchan. El 20 de septiembre vuelven a la carga y no tienen problemas para despejar el bloqueo con porras y puños americanos. Muchas personas identificadas, heridas; sobre todo ocurre lo que nos temíamos. Se abre la verja, también bloqueada por algunos tractores, y se permite la entrada a los veterinarios de ATS para matar a los 9 cerdos que sobrevivieron a la plaga, en su mayoría aún sanos y sin síntomas. Matados prácticamente delante de nuestros ojos mientras el Estado muestra toda su fuerza para domar la rabia que está estallando. Y, sobre todo, asesinados delante de sus parientes humanos. Algunos funcionarios se ríen, mientras nosotros lloramos. Un veterinario se carcajea. Cargan los cuerpos sin vida en el camión delante de la multitud. Mientras tanto, el repertorio habitual de insultos sexistas a las chicas, de insultos capacitistas a los que se resisten. Una cruel lucidez en la gestión del desalojo, en la que las risas golpean más fuerte que las porras. A pesar de haber vivido situaciones más atroces de violencia policial, ninguna fue tan cruel como ver cómo arrastraban a personas a las que solo les quedaba el cuerpo para proteger a los cerdos condenados a muerte.

Cantan “Bella ciao”, quizá con un amargo deseo de continuidad con las historias de resistencia humana reconocidas y celebradas por una izquierda todavía demasiado antropocéntrica: una continuidad que nos gustaría pero que desgraciadamente no existe, salvo en nuestros corazones, porque aquí solo hay antiespecistas, como siempre. Un puñado de gente un poco loca. Es un momento de luto, pero también de rabia. Tras “Bella ciao”, llega el momento de “Tout le monde déteste la police”: aquí la continuidad es quizá más real, nos la ofrecen en bandeja, repeliéndonos con sus escudos, llevándose a gente al azar, impidiendo el paso de la ambulancia para socorrer a un compañero, identificando e intimidando a los activistas que estaban en urgencias. Se van después de violar de todas las formas posibles las normas de bioseguridad en nombre de las cuales estaban allí, mientras nosotros hacemos todo lo posible para no propagar esta enfermedad. Lloramos y nos abrazamos.

Es un shock. Lo fue desde el primer momento, porque esa orden ya era un precedente peligroso. Pero lo es aún más ahora que se ha hecho cumplir. Pueden entrar en un refugio y matar a quienes viven allí. Solo la lucha, solo nuestros cuerpos pueden impedirlo, y esta vez no han sido suficientes. ¿Cuándo será la próxima vez? Me gustaría entender este trauma que nos ha paralizado. No solo tenemos ante nuestros ojos la masacre. Una activista me dice que nuestro movimiento es “naturalmente” más radical, que “cuando perdemos matan a alguien”. Es cierto, y por eso estábamos dispuestos a todo. Pero empiezo a pensar que hay algo más que eso.

Se trata de un trauma totalmente liberal, una bofetada a nuestras creencias sobre los derechos mínimos en democracia. En teoría, sabemos que no es como nos lo cuentan: el Estado liberal no garantiza realmente libertades formales como la de no tener a la policía en casa. Sabemos que la democracia, cuando es necesaria, se convierte rápidamente en fascismo. Pero en el fondo hemos interiorizado que, al menos si tienes el privilegio de la piel blanca y la ciudadanía italiana, hay límites. Verlos traspasados en pocos días es un shock. En cierto modo, es un shock similar al del comienzo de la pandemia, cuando -más allá de la opinión que uno quiera tener sobre los méritos de las medidas gubernamentales- de repente nos encontramos con el ejército en las calles y la “sagrada” libertad de movimiento (sagrada solo para los ciudadanos de pleno derecho, como ya he dicho) fue dejada de lado. La verdadera cara del Estado puede verse en ciertos casos, y como antiespecistas deberíamos saberlo mejor.

Pero ahora se declara: esto es lo que están dispuestos a hacer para salvaguardar un sector económico insostenible. Pueden entrar en domicilios privados y matar a quienes viven en ellos. El refugio, de hecho, es más un hogar privado que un lugar público. El refugio es una familia multiespecie. Y la comparación con los animales domésticos (“tarde o temprano vendrán y matarán a los perros de las casas”), que hasta ahora utilizábamos como recurso retórico, ya no es tan fantasiosa. Otro elemento de este trauma político: no hay lugares seguros. Esto es lo que siempre habíamos pensado de los refugios/santuarios: lugares seguros, oasis de paz para refugiados que llevan impresas en sus cuerpos las heridas de un pasado de esclavitud. ¿Cuál será el próximo lugar seguro? ¿Cómo responderemos?

Me pregunto incesantemente cómo hemos respondido. Si hemos hecho lo suficiente, cuáles son las relaciones de poder, qué significa esta movilización de emergencia. De hecho, desde hace algún tiempo, el movimiento antiespecista produce sobre todo respuestas a las emergencias. Al hacerlo, las politiza y expone las contradicciones de un sistema de producción antropocéntrico, neocolonial y extractivista. Pero permanece en la emergencia. A la que responde con una determinación y una desesperación que el enemigo no alcanza a comprender, lo cual es bueno. Y lo hace dándole la vuelta a la tortilla, en algunos aspectos. Menciono dos elementos que me llamaron la atención en este sentido. El primero es el protagonismo político de los refugios/santuarios, que hace años eran, para el movimiento, lugares dedicados exclusivamente al cuidado de animales rescatados, quizás por el “movimiento que cuenta” (las asociaciones, las campañas contra la vivisección o las pieles, el Frente de Liberación Animal). No se esperaban posturas, reflexiones, interseccionalidad.

Todos ellos elementos constitutivos de muchos refugios actuales. De hecho, podemos decir que la fuerza motriz, el corazón palpitante del antiespecismo, hoy en día, son los refugios. El segundo es el colorido de género de la movilización. Durante quince días, la resistencia a la ATS y sus matones ha estado animada principalmente por compañeras y dirigida por compañeras. Tal vez esto escandalizó a algunos hombres cishet, pero hay que decir que ya era hora, en un entorno en el que el componente femenino siempre ha sido mayoritario, pero la dirección es masculina. La respuesta inmediata al choque también desbordó la teoría antiespecista, que se vio superada por los acontecimientos en un abrir y cerrar de ojos. Y así, personas que se creían divididas por diferencias teóricas se encontraron unidas y cercanas en una hermandad desesperada. Gracias a los que estuvieron allí, cada uno a su manera. Todos llegaron como pudieron, como debían, pero algunas ausencias fueron amargas.

Locandina del corteo del 7 ottobre 2023 a Milano per i rifugiPero, claro, el duelo hay que procesarlo y para procesarlo hace falta luchar, no solo responder a los ataques, sino atacar. Y hacen falta cómplices, sobre todo en los movimientos ecologistas, que en algunos sectores han captado la importancia de esta batalla. Una vez más, como con la covid, el capitalismo especista genera enfermedades, las cultiva en los montones de cadáveres de animales donde domina el lucro, y luego no sabe cómo gestionarlas, no sabe cómo contenerlas, salvo echando la culpa y las cargas a quienes no tienen nada que decir al respecto: los grupos vulnerables, los pobres, los trabajadores, los jabalíes, los cerdos. En la zona donde se han sacrificado 30.000 animales, hay diez veces más cerdos. En el valle del Po, en algunas grandes zonas de Lombardía y Emilia Romaña, la población animal de las granjas supera a la humana. Y los campos que rodean el refugio Cuori Liberi (Corazones Libres), que he conocido en los últimos días, son literalmente un infierno. Las aguas residuales, el olor, los suelos devastados por agentes químicos y rodeados de campos de concentración para cerdos recuerdan constantemente a nuestros sentidos un tufo a muerte que hemos aprendido a ignorar frente a la loncha de salami del supermercado de la ciudad.

Este luto nos acompañará, a partir de hoy, en todas las luchas venideras.

Pumba, Dorothy, Ursula, Bartolomeo, Carolina, Mercoledì, Crusca, Spino, Crosta: sentimos no haberlo conseguido.

Puppy Riot

*Contra la represión de los refugios antiespecistas, la Rete dei Santuari di Animali Liberi organiza una marcha nacional el 7 de octubre en Milán.

Para más información, sigue las redes sociales de Rete dei Santuari di Animali Liberi

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